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Come ti boccio il governo

Da giorni siamo colpiti dai dati sulla disoccupazione giovanile arrivata al 30%, a cui tocca aggiungere altre riflessioni sulla diminuzione della forza lavoro dovuta alle persone che si levano dalla lista di disoccupazione. L’interpretazione corrente vuole che questa disoccupazione sia dovuta principalmente alla crisi economica in corso e che in fondo il paese se la stia cavando meglio di altri. Per quanto sia indubbio il contributo della crisi, questa disoccupazione mostra le debolezze ormai storiche della nostra economia perché, se colpisce soprattutto i giovani, colpisce quei precari che, negli anni precedenti, avevano forse un po’ virtualmente risollevato il tasso di occupazione. Su queste debolezze i partiti di maggioranza avrebbero potuto intervenire, visto che, lo vorrei ricordare, siamo al IV governo Berlusconi e il premier avrebbe avuto tutto il tempo di introdurre quelle riforme liberiste di cui si faceva portabandiera. Ma nella mia analisi non mi concentro su ciò che non è stato fatto, anche a tratti a causa della cecità dei sindacati (come mostra l’ultimo caso di Pomigliano, o il passato scontro sull’articolo 18), bensì sulle difficoltà di creare occupazione a causa di alcuni comportamenti dell’attuale Governo. Uno dei primi riguarda la diminuzione delle assunzioni nel pubblico: corretto e comprensibile, rispetto agli eccessi democristiani, pericoloso senza valide alternative occupazionali. In effetti a oggi il risultato è una diminuzione dei consumi. Abbiamo visto i blocchi nelle assunzioni nelle scuole e nelle università, così come negli ospedali. Forse conveniva insistere maggiormente sulle spese sanitarie, almeno inizialmente, avrebbe avuto un minore impatto sociale. Se il pubblico non assume più come una volta, il privato non sta meglio: per la mancanza di investimenti esteri, per la logistica, per la difficoltà di creare impresa. L’ultimo dato sugli investimenti esteri a cui accedo vede l’Italia soffrire rispetto a Germania, Canada, Francia (che raccoglie 3 volte tanto!) e Gran Bretagna. Ma anche vedendo gli anni precedenti, dal 1990 al 2005 la quota di investimenti stranieri è passata dal 7.8% al 5.3%, prima ancora che la crisi potesse colpire. Il perché può essere trovato principalmente in due cause: la giustizia e le tasse. Sul fronte della giustizia il paese soffre di una cronica lentezza nei processi civili, e il Governo ha da tempo un rapporto burrascoso con la magistratura; l’uso flessibile (ad personam…) della legge non è un bel biglietto da visita: la stabilità legislativa è tutto per investire. Immaginate una possibile concorrente straniera negli affari del premier: se si trovasse dall’oggi al domani una legge che cambia la fiscalità, per fare un esempio a caso, sarebbe messa in una situazione di inferiorità. Non dimentichiamo poi l’uso continuo di condoni e la depenalizzazione del falso in bilancio: come può un’azienda onesta competere con chi trucca i bilanci e non paga le tasse? La pressione fiscale, come scoperto di recente, è addirittura aumentata, e mai il governo è riuscito a ridurla realmente. Il federalismo fiscale potrebbe portare le regioni virtuose ad abbassare le tasse, diventando così più attraenti per investitori stranieri. Ma purtroppo la strada in questa direzione è ancora lunga e, soprattutto, prima di poter creare una concorrenza fiscale tra le regioni occorrerebbe partire da situazioni di parità nei bilanci. Sul piano della logistica, non è colpa di nessuno se il paese non è piatto come la Francia. Ma alla fine dove sono le grandi opere promesse? Ricordo che fu Di Pietro a sbloccare i fondi per la Brebemi. C’è la difficoltà di gestire le relazioni con le municipalità, esplosa in Val di Susa e per il nucleare. C’è la volontà di investire in un progetto inutile come il ponte sullo stretto mentre la grande guerra intestina nell’EXPO di Milano, tutta interna al PDL, rischia di far perdere un appuntamento che, naturalmente, creerebbe molti posti di lavoro. Infine, la difficoltà di fare impresa in Italia. Come mostrano i tanti recenti scandali sembra che per lavorare sia necessario avere ottimi collegamenti politici. D’altronde si cerca di depenalizzare il reato di corruzione. Chi volesse fare l’imprenditore dovrebbe investire tempo, soldi e pazienza in una burocrazia farraginosa (in Francia una Srl si fa rapidamente spendendo 300 euro di permessi e avendo 1 euro di capitale sociale). Per vendere i suoi prodotti o servizi dovrebbe poi combattere potenti monopolisti (nei mass media, nell’energia), entrare in settori privi di concorrenza perché di stampo corporativo e sentirsi richieste di ogni sorta da parte dei politici locali. Chi glielo fa fare? Si pensa che il discorso sulla legalità sia solo un problema da giustizialisti di sinistra: in parte i girotondi hanno avuto questo effetto, ma la realtà è ben diversa. Il paese rischia di perdere il suo lato più attivo, la disoccupazione e la crisi hanno dei legami anche con la legalità, perché non c’è capitalismo senza rispetto delle leggi. Non dimentichiamo poi la chiusura del mondo finanziario italiano, come mostrato chiaramente dall’affare BNL. E poi i messaggi intimidatori verso Google e la tassa su Sky aggiungono benzina sul fuoco. Infine, guardando ai campi che più potrebbero guidare la rinascita economica, ICT e biotecnologie, il Governo non contribuisce di certo al loro sviluppo. Riguardo al primo, pesano la lentezza nell’adozione di un piano per la banda larga (e nel trovare i finanziamenti), la tassa sull’equo compenso, gli attacchi all’informazione sulla rete. Mentre sulle biotecnologie ci sono ministri che si sono chiaramente schierati contro gli OGM e una legge contro l’uso degli embrioni per la ricerca riduce le possibilità di sperimentazione. Senza dimenticare i tagli alla ricerca. Il vero problema dell’occupazione è che occorre creare nuove imprese e attirarne dall’estero. Le leggi e i comportamenti del governo hanno solamente aumentato i disincentivi già presenti (anche per ragioni sindacali). L’idea che la disoccupazione dipenda solo dalla crisi serve a scopi politici: i mali dell’economia sono ben più profondi.

https://archive.lospaziodellapolitica.com/articles/7674

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