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Non ci sono più gli intellettuali di una volta

Qualunque democrazia per essere vitale ha bisogno di un’opinione pubblica informata, vigile e sufficientemente polemica. Per evitare che il governo si riposi sugli allori o, più realisticamente, si limiti solo a gestire il potere. L’opinione pubblica è solitamente alimentata da una piccola componente, gli intellettuali, che sono cresciuti in seno a un’élite, sia questa vicina al governo o di opposizione. La dinamica di scontro tra le élite è di fondamentale importanza per la crescita di un paese, nel bene e nel male (si vedano Pareto e Michels). Il più delle volte è all’origine di cambiamenti e progressi, anche drammatici. Osservando la situazione delle élite italiane sembra di avere a che fare con uno scontro poco costruttivo, quando non proprio assente. La mancanza di questo scontro è spiegabile nella natura del potere berlusconiano e, per ciò che concerne questo articolo, nella scomparsa di una vitale élite di sinistra. Intendo con il termine “sinistra” a un tempo il suo significato originale di fazione progressista e la realtà incarnata nel partito oggi numericamente più rappresentativo, il Partito Democratico. Per quanto riguarda la destra, la creazione del consenso non si ottiene controllando la cultura, bensì grazie al grande carisma di Berlusconi, alla capacità di canalizzare il profondo malessere provato da diversi strati della popolazione (come fa la Lega Nord), al richiamo a elementi della tradizione conservatrice: la Chiesa, la famiglia, la patria. Fin da Gramsci è chiaro a sinistra che l’élite deve conquistare l’egemonia culturale. A parziale discolpa, va detto che oggi anche la cultura è a pieno titolo nel libero mercato: costa fare e diffondere film, occorre competere con giganti per avere le sale. Le case editrici faticano a campare, la stampa sta scomparendo. Esiste Internet, ma ancora non esistono ricette prefabbricate per creare contenuti di qualità e mantenersi. Naturalmente non è solo una questione di mezzi in campo e di potenza di fuoco. Anche se la sinistra disponesse di tutti i media dovrebbe affrontare comunque un grave problema: la distanza dalla “base” e la legittimità della rappresentanza. La fine del comunismo non è stata ancora assorbita, così come la transizione da PCI a PD. In effetti un primo problema è che tutti i militanti storici (demograficamente sono forse la maggioranza) sono cresciuti nella mitologia della resistenza, delle lotte operaie, dell’antifascismo, dell’antiamericanismo, del pacifismo. Si tratta di valori per lo più condivisibili, sia chiaro, ma sono oramai dei vincoli che impediscono di capire la realtà attuale e di interpretare la storia. Pensare che Berlusconi sia un Duce non ha finora permesso di sconfiggerlo. Difendere la resistenza a ogni costo impedisce di riconoscere i morti delle foibe e mantiene aperte delle inutili ferite. Dall’altra parte i giovani, che hanno assistito alla caduta del muro, faticano a trovare una propria matrice ideologica e non hanno mai vissuto movimenti di rivolta davvero efficaci, motivo per cui hanno perso la passione e la speranza che animano ancora alcuni genitori sessantottini. D’altronde la realtà oggi è molto complessa, e non è facile trovare le tensioni della lotta di classe. Le attività produttive sono molto variegate e la terziarizzazione ha reso il lavoro molto più dignitoso. Oggi non c’è la rabbia fisica di condizioni di lavoro disumane, c’è piuttosto un’onesta volontà di sistemarsi. Il panorama moderno dei nuovi poveri è molto variegato: piccoli imprenditori che galleggiano, piccoli professionisti schiacciati da una vasta concorrenza, impiegati, precari della cultura, ricercatori, impiegati statali. Hanno esigenze e ideali diversi: per fare un esempio, il piccolo professionista è liberista, l’impiegato statalista. Come riuscire a parlare a tutti in maniera convincente? La domanda davvero imbarazzante è questa: siamo sicuri che sia solo una questione di complessità della realtà? E se invece fosse la teoria a mancare la sintesi? Davvero non si riesce a trovare oggi un pensiero in grado di riflettere di nuovo sul progresso sociale? Proviamo ad analizzare la dottrina marxista, lungamente egemonica, astenendoci da ogni giudizio storico: la sua forza era a mio avviso duplice: chiarezza nei contenuti e sicurezza nel metodo. I concetti di “lotta di classe”, di “alienazione” sono di un’estrema chiarezza. Per quanto invece riguarda la legittimità della rappresentanza degli intellettuali (e quindi il legame con la base), questa era garantita dal materialismo storico: la rivoluzione guidata dai borghesi non è che una fase di transizione verso la dittatura del proletariato (l’idea decisamente peggiore di tutto il marxismo). Oggi la filosofia postmoderna vive invece della plasticità dei propri concetti, nel pensiero debole non c’è spazio per la verità, la realtà o la ragione. Vi immaginate operai discutere del gioco linguistico (in senso wittgensteiniano), di volontà di potenza, di ermeneutica, di rimando semiotico illimitato? Non credo che il difetto stia negli operai, che han fatto bene a evitarsi una laurea in filosofia. È un problema di difficoltà a un tempo teorica e divulgativa; si può divulgare qualcosa che vive solo nell’interpretazione? Ne riparlerò in futuro, prometto. Infine, la distanza di classe oggi non è più giustificabile in nessun modo: come può un intellettuale cresciuto nel benessere rappresentare le persone a cui parla e, prima ancora, come può capirle? Il disprezzo di tanti intellettuali verso l’italiano medio che vota Berlusconi raggiunge l’ossimoro, soprattutto confrontato con il politicamente corretto che imperversa nei salotti buoni. Siamo davvero solo un popolo di stupidi? La difesa a oltranza di situazioni di illegalità (siano a Bologna contro Cofferati, siano gli immigrati clandestini) è utile solo a ricevere un odio di contraccambio, da parte di chi è costretto ad affrontare tale illegalità ogni giorno. La battaglia per rappresentare i deboli, gli scontenti, gli arrabbiati, deve essere vinta dalla sinistra, anche quando cerca di diventare partito di governo. Purtroppo a volte fatica a identificare i deboli (clamoroso l’autogol sulle pensioni dell’ultimo governo Prodi), o a proporre soluzioni pratiche; mentre la destra ha gioco facile a proporre meno tasse, a mostrarsi anticinese, antieuropeista, a combattere l’immigrazione massiccia (nella triste guerra tra poveri degli ultimi anni). Che poi i risultati siano inferiori alle promesse, è un discorso colmato dai mass media. Come anticipato, il richiamo a Marx è importante anche per un altro motivo: il ruolo della scienza. Sarà stato certo anche il contesto storico e il positivismo ottocentesco, ma la forza dell’idea di un socialismo scientifico per i suoi aderenti è notevole: offre un metodo per orientarsi nella realtà, e per convincere gli adepti con argomentazioni razionali. Razionale vuol dire comunicabile, comprensibile, discutibile. Non si può pretendere di cambiare la realtà senza conoscerla con una buona dose di sicurezza. Beninteso, oggi nessuno pretende di fare rivoluzioni, ma rendiamoci conto che anche una piccola innovazione richiede una solida base conoscitiva per imporsi. A meno che non si voglia puntare solo sulla persuasione. Ogni questione richiede di ponderare i pro e i contro: per discutere di cambiamento climatico occorre capire i dati, analizzare le cause rispettandone la complessità. Purtroppo ci si fida della scienza quando fa comodo, non quando produce la bioingegneria o si occupa di riciclaggio dei rifiuti. Con il suo atteggiamento relativista, l’élite “antagonista” è oggi lontana dalle parti più innovative della società. Se poi si aggiunge l’incapacità di capire e rappresentare i più deboli, non vedo un futuro per l’élite di sinistra senza un radicale cambiamento di rotta. Eppure, mai come ora il paese ha bisogno di un’élite riformista, capace di guidarlo fuori dalla crisi economica in maniera efficace. Per questo cambiamento ci sono alcuni percorsi privilegiati: la creazione di un pensiero forte senza dogmi, l’apertura senza vergogna ad altre tradizioni (liberale in primis), la rinuncia alla mitizzazione del passato, la comprensione dell’“italiano medio”. Ma non ho più spazio ora per sviluppare questi aspetti: mi riservo di riprenderli in un prossimo intervento.

https://archive.lospaziodellapolitica.com/articles/7091

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