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Pianeta sindacato: anni Settanta o terzo millennio?

Sembra tutto già visto. Una manifestazione sindacale contro il governo, l’opposizione divisa. La corsa ai numeri, alle dichiarazioni di successo, per dimostrare che si pesa politicamente. E un pericolo alle porte: il trionfo della sinistra massimalista su quella riformista, esemplificato dall’investitura ricevuta da Nichi Vendola come leader della coalizione di sinistra. Slogan cattivi, frasi vecchie, e un’unica proposta: lo sciopero generale. Alcune considerazioni, per noi utili. La CGIL continua la sua politica irresponsabile seguendo la FIOM nella sua battaglia senza quartiere. Un fronte riformista continua a latitare: perché il PD sabato era diviso. Le parole di Epifani sono vecchie: «Il Paese sta rotolando, da mesi è lasciato a sé stesso. C’è una situazione sociale molto pesante che richiede un cambiamento profondo delle politiche economiche. Siamo in piazza per i diritti, il lavoro, per il contratto. Un contratto senza deroghe». Ricordano un cortocircuito presente da sempre nel sindacato: l’idea di poter intervenire a livello di politiche economiche. Peccato che i margini in Italia per le politiche economiche siano minimi: perché non esistono più il Ministero delle Partecipazioni Statali e quello della Programmazione economica, né l’IRI. Perché mancano i soldi e comunque siamo nell’Unione Europea, quindi dobbiamo evitare gli aiuti di stato. Non sta ai sindacati, né allo Stato italiano, decidere dove e come fare impresa, sta solo agli imprenditori. I sindacati dovrebbero semmai trovare strategie per rendere il mercato del lavoro più efficace nell’allocare i disoccupati e per garantire salari più elevati ai lavoratori: ne riparlo in seguito. Arriviamo a Pomigliano, da cui tutto è partito: per la FIOM era in ballo la stessa Costituzione. Da un resoconto di Pietro Ichino, che ho ascoltato durante una testimonianza al Collegio di Milano, la storia di Pomigliano sembra molto diversa. Le tre deroghe richieste da Marchionne riguardavano: 1) Le assenze per malattia non dovute a epidemie. In alcuni giorni (il mercoledì di Coppa) le assenze raggiungono il picco del 25-30%. La proposta FIAT è di controllare con il medico lo stato di salute dell’assente e di non risarcirlo nel caso si scopra la sua malafede. 2) Portare le ore di straordinario da 40 a 120 all’anno. Questo perché FIAT vuole creare un diciottesimo turno lavorativo per far andare al massimo l’impianto. Si tratta di un’ora e mezza a settimana, che porta le ore lavorative a 40 (sono 38 e mezza nel contratto nazionale), quindi nei limiti dei diritti. E porterebbe molti soldi agli operai. 3) Non si sciopera contro il contratto una volta approvato. Si tratta della clausola di tregua, nel progetto di Marchionne serve a evitare di bloccare l’impianto. Esiste comunque un collegio arbitrale per risolvere i problemi. Insomma, così dipinte le deroghe non sembrano calpestare diritti fondamentali, ed è brutto il fatto che pochi abbiano potuto crearsi un’idea di cosa stesse realmente succedendo a Pomigliano. La vicenda ha assunto subito toni politici, a discapito della comprensione dei problemi economici e giuridici. Forse chi aderisce alle manifestazioni non sa delle politiche adottate dalla FIOM per difendere i lavoratori di Arese, dove si è ostinata a trovare un lavoro nell’industria automobilistica ai cassaintegrati rifiutando le proposte di imprenditori di altri settori, o provenienti dal centro logistico sorto per la Fiera di Milano. Tutto nel nome di un principio solidale molto bello, ma rischioso: l’idea di non spezzare il fronte dei lavoratori. Immaginate una versione più leggera: state per partire per le vacanze, siete in stazione e il vostro treno viene soppresso. Potete prendere degli autobus, ma non bastano per tutti. Potete salire sul treno dopo, ma ci sono pochi posti in piedi. Oppure aspettate un treno apposito. I sindacati non vogliono rischiare che ci siano viaggiatori di serie A e di serie B. Ma voi rischiate di rimanere per sempre in stazione, perché non è facile creare un nuovo treno da inserire tra gli altri. La soluzione? Accompagnare i viaggiatori più sfortunati rendendogli il viaggio meno faticoso: fuor di metafora, assistere i lavoratori e riqualificarli. Mi sembra meglio della cassaintegrazione a oltranza. E, restando sul tema dei valori, analizziamo la richiesta di Epifani di unità sindacale: dal suo punto di vista equivale a seguirlo nel muro contro muro. Invece il pluralismo, garantito dalla Costituzione, è un principio fondamentale: occorrono sindacati più innovativi, più coraggiosi, capaci di superare l’atteggiamento di scontro con gli imprenditori. L’idea di un fronte sindacale compatto serve a deresponsabilizzare le singole sigle: nessuno rischia di più, gli equilibri di potere rimangono stabili. Cercare di uscire dalle sabbie mobili del paese con accordi universali è impossibile: è necessario iniziare a sperimentare nuovi accordi e valutare, serenamente, i risultati. Serenamente: le politiche del lavoro sono fondamentali per il paese, non si possono lasciare in mano a slogan, manifestazioni, minacce, assalti. I sindacati sono centri di potere e temono le riforme che possono diminuire il loro raggio d’azione. Ma è un atteggiamento miope, perché rischia di allontanarli definitivamente dai lavoratori: in effetti i governi hanno assunto delle scorciatoie per ridurre comunque il loro potere, per esempio introducendo contratti per lavoratori atipici e a progetto. Hanno così indebolito i sindacati e peggiorato le condizioni dei lavoratori. Questo è avvenuto perché nessun sindacato ha deciso di assumersi la responsabilità di cambiare le regole del lavoro. Non si tratta solo di flessibilità: ma anche di controllo della produttività, di diminuzione degli scioperi (stillicidio mensile in molti settori), di condivisione degli utili e dei rischi. Si tratta di collaborare con gli imprenditori e condividere degli obiettivi comuni. Un nuovo sindacato è oggi più importante che mai: spero di vederlo presto sulle scene.

https://archive.lospaziodellapolitica.com/articles/8685

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