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Consumatori alla riscossa

Con il termine “consumo critico” si intende un comportamento di acquisto inspirato da valori quali la qualità, l’ecologia, il rispetto delle leggi sul lavoro. Si tratta di un atteggiamento abbastanza diffuso ma, a mio avviso, le potenzialità insite nella maggiore consapevolezza del ruolo del consumatore non sono sfruttate pienamente, e potrebbero aumentare con nuove tecnologie. Come prima cosa proverò a fare una breve disanima delle diverse forme di azione disponibili ai consumatori, analizzandone pro e contro. Parto da una strategia dall’elevato impatto mediatico: il boicottaggio. Questa ha il sicuro pregio di comportare dei risultati evidenti: le quote delle vendite possono essere modificate sensibilmente, comunicando alle aziende gli obiettivi dei promotori. L’enorme diffusione dei social network può permettere la promozione di campagne di boicottaggio in breve tempo. Ma alcuni difetti mi spingono a credere che il boicottaggio non sia una valida strategia: occorre un’adesione davvero massiccia, difficile da ottenere da milioni di consumatori disorganizzati, e non sempre ci si può fidare di chi propone il boicottaggio, dato che potrebbe farlo per motivi ideologici o adducendo false argomentazioni. Questo può accadere perché le organizzazioni promotrici non devono rispondere a nessuno, se non ai propri fedelissimi che, spesso, non si informano oltre l’organizzazione stessa. Le associazioni dei consumatori giocano un ruolo molto importante, ma a volte esercitano la loro missione con alcune pregiudiziali ideologiche, per esempio nella loro lotta agli OGM. Gli strumenti che hanno sono numerosi: contemplano il boicottaggio, l’esposto in magistratura, l’assistenza legale e, da poco, la class action. È inoltre importante la loro opera di mediazione tra consumatori e Autorità garante della concorrenza. L’Authority è un organismo fondamentale, ma dispone a detta di molti di armi spuntate, come dimostrano gli innumerevoli casi di posizione dominante ancora presenti sul mercato italiano. Se non bastano le associazioni dei consumatori, altre forme di associazionismo possono produrre interessanti risultati; i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) potrebbero diventare in futuro una spina nel fianco delle grandi aziende. Ora sono solo circa 800, ma crescono con un ritmo del 30% annuo; la complessità di far parte di un GAS dipende soprattutto dal fatto che sono organismi auto organizzati, democratici, costituiti spesso da persone inesperte di economia, leggi, libero mercato. Eppure le potenzialità sono numerose: consumo di maggiore qualità, sostegno dell’agricoltura locale, riduzione dei costi. Le amministrazioni illuminate dovrebbero creare dei corsi di formazione gratuiti per gestori di GAS, per migliorare la capacità di gestire la complessità dei rapporti umani, della distribuzione, della gestione dei conti. Passando dallo spontaneismo dei GAS ad attori professionali, una prospettiva interessante è quella di fenomeni come Certiquality, azienda privata che rilascia certificati alle aziende che rispettano standard nazionali e internazionali nei campi della qualità, dell’ambiente, dell’energia, della responsabilità sociale e della sicurezza. L’importanza di un’impresa come Certiquality è notevole: la sua affidabilità dipende dal fatto che il suo business dipende per intero dalla serietà del lavoro di certificazione. Non si può barare, pena la fine del proprio mercato. Le aziende aderiscono in maniera cogente o volontaria, e lo fanno per ragioni di marketing, o per migliorare i processi produttivi. Nonostante il successo di diffusione, conta oggi 9000 clienti, la sua ricaduta sui consumatori è limitata: perché le certificazioni ISO sono date alle aziende, non ai prodotti, e quindi non figurano negli acquisti. E perché, in fin dei conti, il consumatore sa ben poco di quello che si nasconde dietro sigle esotiche come ISO 9001. Si tratta quindi per lo più di un approccio che raggiunge in modo indiretto i consumatori, non responsabilizzandoli ma difendendoli, quasi a loro insaputa. Potrebbe cambiare molto se in futuro le etichette trasmettessero direttamente i dati riguardanti le aziende, possibilmente in maniera quantitativa, quindi di facile lettura: immaginiamo di vedere che un’azienda è sociale al 20%, ecologica al 30%, mentre un’altra è sociale al 70% e ecologica al 90%. Per capire cosa si nasconde dietro quelle cifre un qrcode aprirà sul nostro smartphone un link a delle spiegazioni accurate, per esempio per capire come sono ottenute le valutazioni o secondo quali standard. Immaginate così al supermercato di poter vedere con un veloce colpo d’occhio i prodotti più ecologici, più rispettosi delle leggi sul lavoro, più sicuri. È evidente che disporre di queste informazioni cambierà notevolmente le opzioni di scelta del consumatore, dandogli l’opportunità di  agire davvero sull’ambiente e la realtà sociale. Credo così fermamente in queste opportunità da aver creato, in collaborazione con un designer esperto del ciclo di vita dei prodotti, un sito [www.ecocreditcard.org] per promuovere una policy che punta attivamente sul ruolo dei consumatoriper ridurre le emissioni di CO2. L’etichetta dei prodotti darà un valore quantitativo, frutto della comparazione tra le emissioni di tutti i prodotti della stessa categoria merceologica. Il progetto è aperto a chiunque voglia collaborare. Nella nostra società il ruolo del consumatore è decisamente centrale: perché ne prendiamo piena coscienza è necessario diffondere corsi di formazione (anche sulla rete), educare i giovani, dare strumenti di auto-organizzazione basati sul web 2.0.

https://archive.lospaziodellapolitica.com/articles/8304

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